Widg – Reality e qualità. Giona Peduzzi: “La tv avrebbe bisogno di tempo per reinventarsi”

di Redazione 1

Torniamo ad approfondire nell’ambito dell’iniziativa Widg il rapporto tra qualità televisiva e genere reality. Oggi lo facciamo tramite l’intervista che abbiamo realizzato a Giona Peduzzi (nella foto mentre riceve il premio del concorso Fogli di Viaggi per il libro Il cuoco di Timbuctu), autore di Uomini e donne e Italia’s got talent.

Come si può coniugare il reality e la qualità televisiva?

La qualità può essere sia nella confezione, cioè regia, montaggio, scenografia, sia nel contenuto. Ciò non vuol dire che bisogna parlare di Shakespeare o di Pirandello. Ma parlare di qualunque cosa e riuscirlo a fare bene; anche nel reality, dove il contenuto è la vita delle persone inserite in un meccanismo, in alcune regole, in un formato per dirlo in termini televisivi, riuscire a comunicare qualcosa alle persone a casa. Quando mi approccio ad un programma televisivo, quando lavoro, ragiono come quando sono a casa e guardo la televisione. Voglio vedere una cosa che mi tenga compagnia per un’ora, due ore, dieci minuti: se la trasmissione che guardo lo fa senza annoiarmi, lo fa intrattenendomi, lasciandomi, quando spengo la tv, una sensazione piacevole, vuol dire che quel lavoro è fatto bene. E’ questo quello che cerco di fare quando lavoro.

Secondo me l’equivoco che si fa spesso quando si parla di qualità televisiva è pensare a qualità come cultura. Io diffido ci chi parla di qualità a proposito della televisione perché è come se si pensasse la televisione per quello che non è. La televisione non è un libro, non è un museo, una libreria, una biblioteca. La televisione è un mezzo che ti intrattiene quando stai a casa e non hai voglia di fare tutto il resto; o non hai gli strumenti culturali, economici, sociali per farlo.

Tu sostieni che la televisione non è una scuola e non deve educare i telespettatori. Ma c’è chi ritiene che Uomini e donne non solo non sia un programma culturale, ma che sia un programma diseducativo. Cosa dici rispetto a questo?

Le cose diseducative sono altre. Tutto dipende da con che occhi uno guarda le cose. Chi critica, chi parla di Uomini e donne, spesso non l’ha guardato con attenzione. Uomini e donne è un programma in cui si parla di storie di persone. In questi anni è stato un po’ specchio di quello che si vedeva attorno. Più che credere che condizioni la realtà, credo che la racconti. Noi prendiamo le persone e le mettiamo in una situazione che è la meno formatizzata, nel senso che ognuno è libero di fare e dire quello che vuole. Tant’è che il programma si rinnova ogni anno con una formula completamente diversa. Chi è lì è se stesso, non c’è un condizionamento.

Diseducativo? E’ come se uno dicesse: andare in una discoteca è diseducativo? In un bar? Parlare con delle persone è diseducativo? Facciamo un esempio: se domani tu esci e vai a parlare con dei delinquenti tu non ti stai diseducando, ma tu stai conoscendo una realtà che esiste. Noi raccontiamo la realtà di giovani che si comportano come si comportano persone della loro età, del loro ceto sociale, del loro livello culturale.

Ma esiste solo quella realtà? E’ come se ci fosse la stereotipizzazione del giovane italiano…

No, Uomini e donne racconta una realtà, non la realtà; non ha la pretesa di raccontare i giovani, ma quei giovani che decidono di venire in televisione a conoscere delle persone, a raccontarsi e a mettersi in gioco davanti ai telespettatori.  Ogni programma racconta un tipo di realtà e di giovani: quelli di Mtv sono diversi dai nostri, da quelli che vedi a Forum tra gli opinionisti. Da noi non ci sono tutte persone di livello culturale e sociale basso: a Uomini e donne negli anni ci sono stati, e ci sono, laureati, laureandi, professionisti, avvocati, medici, ricchi, poveri. Quello che li accomuna è un certo esibizionismo; e l’esibizionismo non appartiene a tutti i giovani. Aggiungo che nel nostro programma oltre a quello che salta subito all’occhio ci sono persone che stanno nelle retrovie e che Maria fa parlare, cercando di tirar fuori caratteri diversi.

Come si può far coesistere la quantità, cioè l’andare in onda, in un flusso continuo, ogni giorno, e il costruire un prodotto di qualità?

Questo è un problema perché se uno fa un programma di prima serata dove ci sono 5,6,10, 12 puntate in un anno, ha tempo di fare una preparazione di un certo tipo sia dal punto di vista della confezione sia del contenuto e quindi raggiungere un obiettivo qualitativamente accettabile. E, ripeto, per qualità intendo l’intrattenere il telespettatore in maniera piacevole, senza annoiare e facendo una cosa che sia bella da vedere. Non stiamo parlando di un film, di un’opera d’arte: la televisione dura il tempo dell’attimo in cui viene messa in onda. Già dal momento successivo non esiste più. Adesso con internet, con Youtube, continua a vivere in maniera spezzettata ma il flusso non esiste più una volta che è andata in onda. Se quelli che criticano la televisione ogni tanto sbagliano lo fanno non considerando la televisione come un flusso di cose ma isolando ogni programma, ogni momento di un programma come una cosa a se. Io fino a qualche mese fa lavorare per Uomini e donne over, ora per Italia’s Got Talent e la differenza è che quando lavori ad un programma di prima serata hai tempo di ragionare su ogni cosa che stai facendo in maniera più approfondita e curare ogni aspetto; quando ne fai uno di daytime dove devi riempire un’ora e mezza al giorno, hai sicuramente meno tempo, meno soldi, meno possibilità per curare il tipo di racconto.

Poi se la domanda è: “i programmi in cui lavori sono di qualità?” io dico non lo so perché noi ci mettiamo tutto l’impegno per fare un prodotto che riteniamo giusto. Non giudichiamo il prodotto solo dagli ascolti, ma anche facendo un pensiero a lungo termine. Io ho 31 anni e lavoro in un programma che guardavo quando ero studente: sono programmi che esistono da prima che arrivassi io e che esisteranno ancora chissà per quanto, per un anno, per dieci, nessuno può saperlo. Quindi noi facciamo un ragionamento anche a lungo termine. Cosa che magari programmi che durano una stagione non fanno.

Quanto pesa il budget economico sulla possibilità di realizzare un prodotto qualitativamente alto dal punto di vista televisivo?

Quello che conta non sono i soldi ma il tempo. Poi certo se uno avesse i soldi per invitare ogni giorno a Uomini e donne vip di un certo livello… è un altro discorso. E’ normale che Barbara D’Urso, per fare un esempio, non ha i soldi di Fiorello. E se Fiorello invita Roberto Bolle, lei può invitare al massimo quelli del Grande Fratello. Quindi è logico che cambia il livello di ospiti e di contenuto. Ma la differenza vera la fa il tempo.

La prima serata televisiva che finisce all’una di notte circa è qualità o no?

Sinceramente non so rispondere alla tua domanda.

Non c’entra niente la qualità con l’orario di chiusura?

Si, non c’entra niente: uno può fare una trasmissione che dura 10 minuti o quattro ore e essere ugualmente bella o brutta, di qualità o non di qualità. Sinceramente ho un po’ di perplessità a usare la parola qualità rispetto ai programmi televisivi. Ho paura che la gente possa fraintendere. Qualità non ha a che fare con la cultura, ma col lavoro ben fatto. E credo che si possa far un lavoro ben fatto in un programma di 10 minuti o di 4 ore. Che un programma finisca all’una di notte può annoiare il telespettatore può essere, ma questo va inficiare la capacità di intrattenere in maniera piacevole. La durata dei programmi dipende da tante cose.

La tv di intrattenimento, compresi i reality, americana è di maggiore qualità rispetto a quella italiana?

Il reality è strettamente legato alla cultura pop e quindi all’immaginario collettivo e alle persone che vivono quell’immaginario collettivo. Un giudizio dato da qualsiasi persona che non conosce fino in fondo quel tipo di realtà, di humus, è un giudizio superficiale. Non conosco abbastanza la realtà americana per poter giudicare come poi viene raccontata. Sicuramente loro hanno, per il reality, più soldi perché hanno un pubblico più vasto e più investitori. Dal punto di vista della confezione non ho dubbi: hanno un livello qualitativo molto più alto del nostro. Per il contenuto, appunto, non ho gli strumenti per giudicare. Infatti, proprio per questo, vedere un reality americano per noi è noioso: perché non appartiene a noi. Per fare un esempio: Extreme Makeover: Home Edition, in onda anche in Italia, nella versione americana, fatta benissimo dal punto di vista della confezione, racconta talvolta delle storie che sono talmente lontane da noi che facciamo fatica a capirle e quindi ad emozionarci: marines, veterani della guerra nel Vietnam.

La televisione che vorresti è quella che effettivamente realizzi giorno dopo giorno o no?

Per carattere io sono uno che non s’accontenta, quindi mi piacerebbe che la televisione avesse il tempo e la possibilità di reinventarsi un po’ di più e invece purtroppo per tanti motivi è sempre molto simile a se. Questo cambierei, poi per il resto penso di essere un privilegiato e di fare uno dei lavori più belli del mondo.

Qual è la soluzione per fermare la giostra ed avere più tempo per ripensare la tv?

Non va ripensata; bisognerebbe avere un po’ più di tempo per riflettere su quello che uno sta facendo e cercare di farlo sempre un po’ meglio. E non ragionare con il pilota automatico, ma con quello pensante. Non so se c’è una soluzione perché la tv è un flusso che continua ad andare avanti e non si ferma mai. Proprio perché non ci si può fermare non credo si possa trovare una soluzione da questo punto di vista. La tecnologia sta aiutando la televisione ad andare un po’ più veloce. Nei casting, per esempio, è più veloce comunicare tramite le mail, i video. E’ più veloce ragionare su certi effetti di grafica; forse la tecnologia potrà dare una mano a snellire certi tempi. Oggi fare una grafica in 3D per una trasmissione televisiva richiede un giorno di lavoro; quindi uno ha bisogno di ragionare con un giorno di anticipo: ti sembrerà poco, ma in televisione, è tantissimo. Spesso le cose cambiano 10 minuti prima.

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